Il mio giornale vietcong: La Retaguardia en La Repubblica

Hace unas semanas, el periodista italiano Marco Cicala entrevistó al director de este periódico, Fernando Sánchez Dragó para La Repubblica, una conocidísima cabecera italiana. Durante su conversación hablaron de muchas cosas. Conviene recordar que Dragó pasó casi siete años de exilio en Roma. La entrevista que a continuación compartimos tiene un inconveniente: está en italiano. Pero seguro que eso no es óbice para que los más interesados puedan leerla.

Por: Marco Cicala.

A 83 anni Fernando Sánchez Dragó, figura mitica della stampa spagnola, è finito disoccupato. Ma nel lockdown ha creato un settimanale corsaro. Tutto da solo. Intervista dal nostro inviato Marco Cicala

Madrid. Cinquanta tra romanzi, saggi, memoir. Settemila articoli. Decenni di trasmissioni culturali in tv. Quattro volte in carcere sotto Franco perché comunista. Sette anni di esilio, alcuni trascorsi in Italia. Sette mogli – una in più di Enrico VIII – quattro figli, l’ultimo avuto a 75 anni. In mezzo, viaggi ovunque, ma specialmente in Oriente, premi (il Planeta nel ’92), provocazioni, taoismi, frondismi, testacoda politici. Più quaranta pasticche al giorno («Tutte di erboristeria») per mantenersi tonico. Scorrendo le nude cifre della sua vita, si fatica a immaginare il torrenziale Fernando Sánchez Dragó – madrileno, classe 1936 – tappato in casa nel confinamento. E difatti, fermo non riesce a stare. L’ultima zampata, qualche settimana fa, quando lo chiamano da El Mundo, quotidiano a cui collabora dalla fondazione e sul quale tiene una tra le rubriche più seguite e urticanti, El lobo feroz, Il lupo feroce. Su due piedi il direttore gli comunica che, spiacenti, ma sono costretti a privarsi dei suoi servigi. Motivo: “recortes”, tagli al budget. E tanti saluti. Tra stakanovismo, passione, grafomania, Sánchez Dragó è M uno che continua a scrivere dieci ore al giorno, ma stavolta per elaborare il lutto ci ha messo anche di meno. Sebbene col mezzo digitale abbia sempre intrattenuto rapporti di fredda diffidenza, in quattro e quattr’otto s’è inventato La Retaguardia, settimanale gratuito on line di «notizie e commenti senza briglie né staffe». In pratica se lo fa tutto da solo. Come Karl Kraus con Die Fackel, salvo che, a differenza della rivista viennese, Dragó lascia spazio a collaboratori esterni: «Amici o avversari, purché scrivano bene». Risultato: cinque settimane di vita, 70 mila lettori. Si può non condividere nulla delle infatuazioni politiche di FSD, che di recente ha preso a flirtare con la neodestra di Vox. Ma siccome a 83 anni resta un indomabile ordigno di idee, progetti, aneddoti parlare con lui in tempi tetri come questi è un’esperienza a dir poco balsamica.

Perché ripartire dalla “retroguardia”?

«Perché nel ’68, quand’ero inviato in Vietnam, ho imparato che le guerre si combattono all’avanguardia, sul fronte, ma si vincono nelle retrovie. In quel caso tra i Vietcong, i guastatori, i franchi tiratori. Chiuso in casa, ho voluto fare un giornale da franco tiratore».

Decisione fulminea. Tipo samurai.

«È sempre l’arte orientale della guerra a insegnarci che bisogna ribaltare in forza le situazioni di debolezza, approfittare dell’offensiva del nemico, sfruttare la sua energia facendola nostra. Dopo una vita nei giornali vengo cacciato via. Mi dico: ora che faccio? Crollo? Proprio adesso che oltretutto mi tocca stare recluso? Così ho reagito buttandomi a corpo nudo nella rete. Come Tarzan nella giungla».

È atterrato pure su Twitter. Già ledanno dell’influencer.

«Con l’universo digitale non ho familiarità, però sto scoprendo un mondo. Di giornali comunque ne ho sempre fondati. Il primo a otto anni. La Nueva España. Lo noleggiavo: davo in lettura ai vicini l’unica copia manoscritta per cinque centesimi di peseta».

Anche questo giornale se lo fa tutto da sé.

«Mi aiuta la mia fidanzata. Abita al piano di sotto. Non ci vediamo. Rispettiamo scrupolosamente i divieti. Comunichiamo per telefono o via Skype. Io ho un Nokia e un vecchio computer. Mi bastano. Lavoriamo quattordici ore al giorno».

Come va la clausura?

«Sono allenato: nelle carceri franchiste ero in cella d’isolamento. Leggo, scrivo, medito. Non creda, non ho mai fatto una gran vita sociale. Soltanto una cosa mi manca: il sesso».

Pensionarla è una faticaccia.

«La pensione obbligatoria è una violazione dei diritti umani. Solo se volontaria è accettabile».

È stato estromesso da El Mundo soltanto per motivi economici o dietro c’era dell’altro?

«Non sono cospirazionista né rancoroso. Certo, il licenziamento è avvenuto in modo glaciale, spicciativo. Tagli al bilancio, mi hanno detto. Non vedo perché non dovrei crederci. Tutti i giornali stanno tagliando. E oltre alla mia sono saltate anche altre firme storiche del quotidiano. Ma in epoca di crisi i giornali hanno sempre più bisogno di sovvenzioni pubbliche, e qualcuno ha fatto planare il sospetto che, in cambio degli aiuti, questo governo abbia chiesto la testa di qualche commentatore sgradito. Non lo so. Io so solo che per la libertà di espressione e d’opinione sono tempi pessimi».

Il coronavirus ci incatena ancora di più al virtuale. Da libertario, non è preoccupato?

«Gli antichi avevano già capito tutto. Nella tradizione, il virtuale è la sfera del demonio. Il diavolo è un creatore di realtà virtuali. Per tentare sant’Antonio assume l’apparenza di una bella ragazza nuda. Il virtuale resta il contrario del reale. Torneremo a capirlo? Ci renderemo conto che nella vita ci sarà sempre qualcosa di meglio da fare che passare le giornate a scrivere fesserie sui social? Che dirle? Speriamo. Ma alla mia età uno tende a diventare scettico sull’essere umano».

Il mantra è che «nulla sarà più come prima».

«Ma pure che bisogna tornare alla normalità. Quale normalità? Quella di prima? Impareremo qualcosa da tutto questo? Guardi: l’altro giorno, mentre facevo la mia mezz’ora di tapis-roulant, il gatto è saltato sul nastro e la macchina l’ha scagliato via contro la parete. Beh, ora il gatto gira alla larga dal tapis-roulant. Ha imparato. L’uomo è più duro di comprendonio. Rimane un predatore. Incluso dell’ecosistema. Che, essendo intelligente, identifica i suoi aggressori, reagisce, si difende. Questa crisi ce lo sta ricordando. Ci sarà di insegnamento? È lecito dubitarne».

Però la strage, i funerali off limits, senza affetto, senza rito, questi traumi stanno cambiando il nostro rapporto con la morte?

«Sì. Anche se i telegiornali continuano a sostituire il verbo “morire” con la formula “perdere la vita”, torniamo a guardare la morte in faccia. Si sa, l’homo festivus della contemporaneità l’aveva spazzata sotto il tappeto. Parlarne era di cattivo gusto. La morte andava camuffata. Ai cadaveri si metteva giacca e cravatta quasi dovessero andare in ufficio. Se ne ritoccava perfino il colorito. Ora riapriamo gli occhi. Speriamo che serva».

In solitudine riflette spesso sulla faccenda?

«Ho 83 anni, tre bypass alle coronarie, una valvola all’aorta, un figlio piccolo di sette anni e una fidanzata di ventisette. Sto ultimando il secondo volume della mia autobiografia e ho appena fondato un giornale. Vivo con pienezza ogni momento. In obbedienza ai saggi, che dicevano: “Cerca di vivere ogni minuto della tua esistenza come se fosse l’ultimo”. Non ho la minima voglia di morire. Ma da anni, nella mia casa di campagna vicino Soria, lavoro accanto a una bara aperta».

Mi spieghi meglio.

«L’ho comprata nel municipio del villaggio di Castilfrío, sul desolato altipiano cantato dal poeta Antonio Machado. È una vecchia cassa di legno molto rustica, tipo quelle del far west. Una cassa di piccole dimensioni perché all’epoca la gente era bassetta. E povera. In bare come quella i cadaveri non venivano inumati, ma solo esposti per il tempo della veglia funebre. Poi li seppellivano nudi nella terra e la bara era riutilizzata per i successivi».

Dunque lei scrive e medita in compagnia della cassa.

«È nel mio studio. Ci ho messo dentro i premi, le targhe, le statuette… Tutti i riconoscimenti, le vanità che la vita mi ha elargito. È un memento mori. Come il teschio per San Girolamo».

Ho letto che nella casa di campagna ha anche un’onerosa biblioteca.

«Centoventimila volumi. Non so che farne. Le donazioni sono pratiche complicatissime. Anche portare quei libri al macero sarebbe un’impresa, bisognerebbe organizzare carovane di camion. Bruciare tutto? Sarebbe un falò troppo grosso…».

Allora?

«Allora sto lavorando a un’idea. Costruire una piramide di libri dove farmi seppellire».

Però la carta è un po’più deperibile della pietra egizia.

«I volumi verrebbero vetrificati. La tomba di libri diventerebbe una specie di attrazione turistica. Se solo si facessero pagare due euro a visitatore (risatina) lascerei ai miei figli una piccola fortuna».

Marco Cicala

Responder

Introduce tus datos o haz clic en un icono para iniciar sesión:

Logo de WordPress.com

Estás comentando usando tu cuenta de WordPress.com. Cerrar sesión /  Cambiar )

Google photo

Estás comentando usando tu cuenta de Google. Cerrar sesión /  Cambiar )

Imagen de Twitter

Estás comentando usando tu cuenta de Twitter. Cerrar sesión /  Cambiar )

Foto de Facebook

Estás comentando usando tu cuenta de Facebook. Cerrar sesión /  Cambiar )

Conectando a %s

Este sitio usa Akismet para reducir el spam. Aprende cómo se procesan los datos de tus comentarios .

A %d blogueros les gusta esto: